Thursday, February 5, 2009

Cosa ho da dire io su Eluana

Pubblico con lievi correzioni un mio commento su un altro blog, che penso che esprima e sintetizzi meglio che in tante altre occasioni il mio pensiero sul caso di Eluana Englaro. Per una volta sono riuscito anche ad essere abbastanza lucido.
Una partecipante a quel blog mi aveva appena chiesto:

"Eluana disse che avrebbe preferito morire "

è la stessa cosa [che] dire:

"Eluana disse che avrebbe preferito che qualcuno la facesse morire togliendole nutrimento e idratazione?"


La mia risposta.

Nulla di non coincidente con una cosa è uguale a quella cosa, non oserei mai affermarlo. Esistono solo gradi di verosimiglianza, analogie, inferenze e quant'altro che possiamo tentare. Il punto è che la cosa più verosimile che si è riuscita a ricostruire è che Eluana non avrebbe desiderato permanere in uno stato vegetativo per diciassette anni (da quel che s'è potuto capire forse nemmeno qualche giorno, figuriamoci). Vuole dire che avrebbe voluto che la fine arrivasse tramite la denutrizione? O tramite farmaco terminale? O voleva dire qualcosa d'altro? Non posso conoscere la risposta.

Il fatto è che io considero un po' miope concentrarsi solo ed esclusivamente sull'aspetto della nutrizione negata, e non anche sulla somma di più di seimila giorni - quasi nove milioni di minuti - di condizione di tipo vegetativo non desiderata e non voluta. La somma di quegli infiniti istanti di "sofferenza" del suo corpo non ci arriva proprio a superare, in termini di violazione della sua persona o del suo corpo, i giorni difficili che la attendono ora?

Non era con la denutrizione che voleva andarsene? Può darsi, la certezza assoluta non è di questo mondo (forse più semplicemente non avrebbe voluto "morire" così giovane e basta). Ma almeno una cosa la sappiamo: che diciassette anni così, quasi immobile, con il sondino, con la manipolazione del corpo da mani altrui, incapace di sentirsi libera, così sembrava proprio che non voleva starci. Cosa abbiamo da offrirle, tenendola in vita così com'è per altrettanti anni?

Cosa ti farebbe pensare che ogni giorno di questi seimila e passa giorni in quel suo letto siano stati meglio di quello che ora la attende? La tua visione delle cose e della vita, o un tentativo di comprensione della sua personalità?

Io, sinceramente, dato quello che ho letto e ascoltato da certe testimonianze proprio non riesco a figurarmela "in pace" durante questi lunghissimi anni. È comodo però girare lo sguardo e non sentirsene in colpa.

Ci si chiede se avrebbe accettato di andarsene perché non nutrita, ma non ci si chiede se avrebbe accettato di stare tanti anni così, immobile, manipolata da mani altrui. Forse perché noi proiettiamo negli altri le nostre preferenze?

Chiudo con una storia che grava sulla nostra coscienza collettiva: Nuvoli era cosciente, Nuvoli non poteva muoversi, Nuvoli desiderava porre termine a quel tipo di esistenza. Ma ha dovuto farlo facendosi morire di fame e di sete, perché non gli è stata data una strada alternativa. Spegnersi di fame e di sete era per lui un male minore del permanere in quelle condizioni. Questo dà una misura di quello che sentiva e di come pensava la vita, non certo delle nostre preferenze. Forse dovremmo imparare che non siamo tutti uguali, che non tutto si risolve pensando: "cosa farei io al suo posto".

Concludo veramente: forse dovremmo anche imparare a fidarci di più dell'amore di un padre ed una madre che cercano di capire cosa avrebbe chiesto loro la figlia, e che se lo chiedono in nome di quell'amore; a chiederci se invece in quanto sconosciuti lo sappiamo davvero meglio noi di loro.

6 comments:

Anonymous said...

Paolo
sicuramente sai esprimere bene il tuo pensiero , hai una buona dialettica, però poi bisogna dare ragione di un altro punto.

"a me va bene se parliamo di Eluana nel senso di chiederci se uno ha diritto di richiedere di non essere alimentato, dovesse trovarsi in date situazioni". tu dici questo a Berlic, ma in realtà è proprio questo che non si conosce, purtroppo Eluana non ha potuto dire cosa avrebbe voluto. Non possiamo accontentarci di sfiorare la verità al riguardo della sua volontà, quando si tratta della vita è troppo poco. Non possiamo dire è verosimile, è troppo poco. tu dici:"sembrava proprio non voleva starci" Sembrava è poco.Ci vuole una certezza, che non c'è.
Quando dici del fatto che dovremmo fidareci dell'amore dei genitori: non so... guarda un po' il caso della Sciavo, sia genitori che marito giuravano di amarla.Se come dici tu è la persona che deve decidere per sè in QUESTO CASO particolare , mi dispiace ma Eluana non ha potuto farlo. Le testimonianze non dicono nulla o troppo poco per determinare una cosa tanto grave.Non mi pare poi un buon ragionamento il fatto di dire che va bene , Eluana è stata rianimata ma non è andata come si voleva(o morte o coscienza)e allora la facciamo morire adesso.Perchè allora dobbiamo parlare di eutanasia!!

Marta

Roberto Morelli said...

Ciao Paolo, siamo qui, vieni al più presto:

http://marcotravaglio.mastertopforum.net/index.php

paolo de gregorio said...

Marta, scusa il ritardo.

In realtà faccio fatica a fare certi ragionamenti perché il centro della questione che mi viene posta lo vedo continuamente spostare: giustamente mi chiedi pareri sul merito della "scelta" di Eluana e la volontà da lei epsressa. Questo è sicuramente in sé e di per sé una questione molto delicata e meritevole di tanti approfondimenti e riflessioni. Il problema per me nasce quando perdo "ore" a discutere di questa questione e scopro che la persona che ho davanti è radicalmente contraria a che questa volontà possa anche teoricamente essere espressa, ed espressa nel modo più chiaro ed esplicito possibile. Ma allora di cosa stiamo parlando? Prima dobbiamo stabilire se una persona ha questa facoltà, se siamo d'accordo intanto su questo, e poi casomai affrontiamo il caso di Eluana (a cui ora va un mio caro pensiero).

Allora vorrei che una volta per tutte tu mi spiegassi la tua posizione: una persona ce l'ha questa facoltà di esprimersi, o non ce l'ha? O sei in dubbio?

Vorrei anche dire la mia allora sul caso specifico di Eluana: io penso che questo suo modo di pensare sia ben corroborato dai fatti e dalle testimonianze. Testimonianze in senso inverso non ve ne sono: c'è gente che dice che Eluana non ne ha mai parlato, ma questo non smentisce che con altri ne avesse parlato. Io conosco, per fare un esempio, una persona che ne ha parlato con me ed un'altra persona solamente. Se con altri non si esprime sarà pure perché sono cose personali, no? Questi non sono argomenti che necessariamente uno tira fuori ogni secondo con ogni inddividuo. Io ho scritto chilometri di commenti, ma la mia posizione personale non l'ho mai svelata. Permmetti che io ne parli quando e con chi ritengo opportuno?

Quindi non confondiamo una non-testimonianza di questa volontà con tante persone come una tante testimonianze che lei non volesse.

Detto ciò, io sono d'accordo che questo fatto ci darebbe non certo la certezza di quello che volesse veramente, ma solo un'eventuale approssimazione, chiaramente fallibile. Ma allora siamo tenuti ad astenerci? Non ne sono per niente convinto, e ti rispondo con le mie parole su un altro blog:

Io sono lo scettico per eccellenza. Cosa fa lo scettico? Si pone il problema, e poi il problema opposto, e valuta entrambi gli aspetti cercando di addivenire ad una sintesi che sia più plausibilmente vicina alla soluzione corretta. Questo processo non dà certezza, ma eliminarlo ne dà ancora meno.

E allora se uno vuole chiedersi cosa volesse quella persona deve farsi entrambe le domande: se avesse voluto continuare a vivere quale danno le ho arrecato? Se avesse voluto andarsene in pace quale danno ho già e avrei continuato ad arrecare? Una volta aver tentato di rispondere, si giunge infine a chiedersi: quale delle due vie è più plausibile che avrebbe voluto intraprendere quella persona?

Arrivare ad una sintesi che si fondi solo ed esclusivamente sul carattere tentativo della medicina vuole dire aver trascurato di rispondersi ad una domanda: posso considerare reversibile e neutra l'azione di aver tenuto in vita per diciassette anni una persona nel caso in cui fosse confermato che non sarebbe stato nei suoi desideri? Ha senso considerare necessariamente questo danno minore che porre erroneamente fine alla vita?
Secondo me no. Se quella persona fosse rimasta ferma nei propri intenti, quella vita obbligata sarà stata vissuta come un tortura imposta. In altre parole, se ci sbagliamo ad interpretate la volontà attuale della persona sbagliamo comunque, in un verso o nell'altro, sia se voleva vivere e non lo abbiamo permesso sia se voleva andarsene e non lo abbiamo consentito. Cagionare la morte a chi non la vuole è un danno immenso e irreversibile, come torturare a vita (fino all'ultimo dei suoi giorni) una persona che non vuole soffrire è un danno immenso e irreversibile (l'ambiguità secondo me risiede nel considerare - bizzarramente secondo me - una tortura interminabile come un qualcosa di reversibile, quando palesemente non lo è).

Ecco che quindi, nella consapevolezza che non è eslcuso che si stia compiendo un errore, ci si affida non certo alla certezza della volontà, ma alla maggior plausibilità di essa: se una persona afferma, con convinzione, a più riprese, che non vorrebbe vivere mai in quelle condizioni perché la considererebbe una tortura (attenzione, lei, non che io la consideri tale) noi accettiamo che all'attualizzazione di quella situazione possa invece sentire diversamente, ma valutiamo come più verosimile che la determinazione possa essere stata mantenuta.

Sulla possibilità dell'esistenza del più piccolo barlume di coscienza: è vero che non esistono indicazioni certe a prova di ogni smentiita. Ma di prove positive a favore dell'esistenza di essa non ve ne sono. È un po' come dire (semplifico per illustrare) che non abbiamo la certezza assoluta che su Marte non ci sia vita in questo momento (dato che qualche indizio che in passato possa esservi stata esiste), ma d'altro canto non abbiamo per ora riscontrato prove attendibili che esista. Le due affermazioni quindi - c'è vita ora su Marte e non c'è vita - non sono simmetriche, anche se entrambe smentibili. Come dire che c'è coscienza o non c'è coscienza: non vi è simmetria tra le due supposizioni. Un motivo in più di incertezza che secondo me pende a favore per il rispettare la intenzione espressa, che è l'unico dato certo (se è stata effettivamente espressa) che abbiamo avuto a disposizione.

paolo de gregorio said...

P.S.: il caso di Terri Schiavo introduce sicuramente un elemento di complessità in più, assente nel caso italiano: che fare quando il parere di uno o entrambi i genitori è in dissonanza con quello di un coniuge? Esiste veramente un amore che superi quello filiale? Una questione così non è di ovvia soluzione a parole, probabilmente non l'ha.

Osservo però un paio di cose: stupisce intanto che l'obiezione venga dai credenti per i quali i coniugi sono "un'unica carne". Inoltre anche dal punto di vista normativo l'obiezione continuerebbe a stare in piedi: può esserci dissonanza tra coniuge e genitori anche nel caso in cui la persona necessiti di un intervento chirurgico che comproterebbe un rischio per la vita accanto ad una speranza di guarigione. Sono scelte difficili e cruciali, dalle quali dipende la vita o la morte. Ma anche nel nostro ordinamento, in quel caso, prevarrebbe la decisione del coniuge nel dare il consenso o meno.

Come mai? A ben vedere una persona, nel legarsi formalmente (e spiritualmente se è per questo) al proprio coniuge, accetta di affidarvisi. Terri Schiavo, poi, non aveva mai rinnegato la propria scelta di sposarsi col marito. Il coniuge, nello sposarsi e nel rimanere congiunto, sa benissimo che quella persona potrà essere chiamata a scegliere per la sua vita. Lo sa e lo accetta. Ripeto, questo non garantisce al cento per cento che sceglierà la cosa migliore, ma di questo il coniuge ne è consapevole e lo accetta.

La presenza di difformità con il parere dei genitori intruduce sicuramente un grandissimo elemento in più di incertezza e dubbio, questo è chiaro, e nessuno lo può negare. Però se si vuole dar credito maggiore ai genitori si dovrebbe rinnegare innanzi tutto che i coniugi siano "una carne sola".

Marco cuore_vivo said...

Caro Paolo,

scusami il fuori-tema ma non trovo altro mezzo per farti sapere che ti ho risposto, qui:

https://www.blogger.com/comment.g?blogID=2133005337750102836&postID=8690386954924646661&page=1

Ciao.

Marco

Anonymous said...

Si, probabilmente lo e